Probabilmente mai come ad oggi nella storia dell’umanità si sono presentati periodi in cui la musica, assieme a tutto ciò che gravita intorno ad essa, è scomparsa dalle nostre vite in maniera così radicale. Basti pensare che persino le grandi guerre del ‘900 hanno lasciato spazio alla maestria di grandi artisti quali Elvis Presley, Edith Piaf o Glenn Miller per citarne alcuni o a grandi eventi, uno su tutti il celebre Woodstock. Nulla, o quasi nulla, fino al 2020 è riuscito ad arrestare la diffusione della musica, non soltanto a livello commerciale, ma anche e soprattutto a livello culturale, l’aspetto che, senz’ombra di dubbio, mi sta più a cuore. Mio interesse non è quello di alimentare la polemica già sollevata da tutta una serie di artisti del campo, né di puntare il dito verso le organizzazioni competenti o i politici negligenti: non sono punti sui quali io o chiunque altro ha le adeguate competenze per intervenire, dal momento che ci siamo trovati tutti, indistintamente, dinanzi ad un evento assolutamente imprevedibile, quale una pandemia mondiale. Ciò nonostante, sono certo che, in quanto fruitore e fautore di musica, esercito un ruolo, poco e male riconosciuto, (si sa questa è la maledizione di chi vuol vivere di arte o almeno provarci) che detiene delle responsabilità, le quali, spesso e volentieri, alimentano i miei dubbi sul futuro della musica.
Durante questo anno così lungo e introspettivo, mi sono trovato tante volte a pormi domande sul futuro, cercando di immaginare cosa succederà quando la gente sarà stanca del silenzio, quando sarà arrivata al culmine della frustrazione nel guardarsi dentro e non poter convogliare verso l’esterno emozioni e consapevolezze. L’uomo è un animale sociale: neanche i più convinti solitari, i più fermi sostenitori dell’ideologia del Into the wild possono fuggire da quella solida e concreta necessità dello stare insieme. Tuttavia, questo preciso momento storico l’essere umano con tutte le sue sfaccettature, inclinazioni, pregi e difetti viene plasmato e condizionato verso un nuovo modo di vivere la socialità, con tutte le conseguenze del caso, ed è proprio in questo scenario sconfortante che si delinea l’idea nuova dell’arte del futuro.
Cosa ci si deve aspettare di trovare alla fine del tunnel, quando ci troveremo in un limbo tra titoli di coda e inizio di una nuova stagione? O meglio, cosa vorremmo ci fosse nel futuro? Cosa ascolteremo ma, soprattutto, saremo ancora in grado di ascoltare?
Fare previsioni tra tour che vengono spostati al 2022, altri confermati per il 2021 o altri che vengono definitivamente cancellati, con leggende sul viale del tramonto vicine ad appendere l’arte al chiodo (mi viene da pensare ad Herbie Hancock e al suo tour definitivamente cancellato all’alba dei suoi 80 anni). La confusione è il leitmotiv preponderante, e quindi cercare di capire quali saranno le tendenze e verso quale direzione si muoverà la favolosa industria musicale è quanto mai complicato.
Ma, se chiudo gli occhi e mi fermo ad immaginare come vorrei fosse la ripresa, vedo solo un’immagine fissa e riverberata nella mia mente: un misto di bolgia abbracci, urla di gioia, adrenalina e suoni che ti fanno vibrare tutto l’apparato digerente. Vorrei quindi che, alla fine del tunnel, ci fosse un arrogante e prepotente ritorno di distorsioni, riff frenetici ed energici; insomma, un ritorno in grande stile rock, con tutte le sue incredibili sfaccettature e diramazioni.
Un futuro che, probabilmente, non è troppo distante dalla realtà se si guarda ai vincitori dell’ultima edizione del festival di Sanremo, i Måneskin. Anche qui, non voglio risultare tedioso e dilungarmi in pippe da critico d’arte della domenica in quanto, per me, l’unica cosa che realmente conta dietro quella vittoria è che ci siano chitarre (sparate a mille) tirate per il collo, 4/4 un tempo in quattro quarti ignorante e tanta voglia di spaccare e sudare su un palco. Tutti ingredienti, questi appena citati, che in Italia difficilmente mi sarei aspettato di trovare sul palco di uno dei festival più stereotipati e monotoni a cui un appassionato di musica possa assistere.
Personalmente, sono stanco dei trapper ma non dei trappisti in via di estinzione, o dei musicisti indie sull’orlo di una crisi di nervi; sono stanco di queste melodie che sembrano trascinarsi e trascinarti verso il suicidio (ah emocore scansate proprio!); sono stanco di non vedere gente sudare sul palco e artisti levitare a tre metri dal suolo in preda a misticismi divinatori dopo aver pubblicato l’ennesimo album dell’estate pronto ad essere dimenticato per sempre; sono stanco di vedere la cosa più sacra che ci resta essere spogliata dalla propria genuinità ed essere calpestata per vendere qualche poster in più su qualche settimanale scadente. La musica è ben altra cosa è il nostro ruolo forse sarà quello di provare a darle l’importanza, forse dimenticata, che merita, il nostro ruolo sicuramente sarà rifondare un movimento provando a lasciare fuori tutto quello che col tempo ha portato la musica lontana lontana nel mondo e nel tempo (semi citazione).

Credo, infine, che il mondo sia restato troppo tempo in silenzio e che la musica, assieme a tutti i suoi addetti ai lavori, debba tornare necessariamente a fare rumore.

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